Dennis W. Sciama, in memoriam
di Fabio Pagan
Aveva un nome quasi profetico, Dennis William Sciama,
il famoso cosmologo inglese deceduto il 18 dicembre
a Oxford, che dal 1983 dirigeva la sezione di astrofisica
della Sissa. Di ascendenze mediorientali (il nonno paterno
veniva da Aleppo di Siria, la madre era nata al Cairo),
il suo nome in origine suonava Shamah, ovvero "colui
che guarda". E Sciama per mezzo secolo ha guardato
e scrutato l'universo attraverso i suoi calcoli e le
sue teorie.
Era nato il 18 novembre 1926 a
Manchester. Fin da ragazzino era appassionato di scienza,
come racconta in un volumetto autobiografico, Questo
bizzarro universo, uscito un paio d'anni fa per i tipi
dell'editore romano Di Renzo. Vincendo il disappunto
del padre, che voleva coinvolgerlo nell'azienda tessile
di famiglia, si iscrisse così al prestigioso
Trinity College di Cambridge, dove venne affidato a
Paul Dirac, uno dei padri della meccanica quantistica,
Nobel per la fisica nel '33, scienziato geniale, uomo
singolare e taciturno. "Ero affascinato dai problemi
della gravitazione, della relatività, della cosmologia",
racconterà in seguito Sciama. "E Dirac fu
importante per la mia formazione. Anche se per la verità
non mi aiutò molto per la mia tesi". Ma
si vantava di aver seguito anche un corso tenuto da
Ludwig Wittgenstein, ricavandone un "interesse
amatoriale" per la filosofia che influenzerà
il suo lavoro scientifico.
Decisive, negli anni di Cambridge,
furono comunque le lunghe discussioni notturne con Bondi,
Gold e Hoyle, i "padri" dell'universo stazionario,
la teoria cosmologica allora in voga che voleva un cosmo
senza inizio né fine e che esercitava su Sciama
un forte appeal estetico. Ma quando, nel 1965, venne
scoperta la radiazione di fondo che permea tutto l'universo,
Sciama fu tra i primi ad abbracciare la teoria del Big
Bang. Perché quella radiazione non poteva venire
spiegata altro che come il residuo della spaventosa
energia liberata nel "grande botto" che originò
lo spazio e il tempo e che oggi si fa risalire a 12-15
miliardi di anni fa.
Ottenuto il Ph.D. nel 1953, Sciama
iniziò un itinerario scientifico che lo condusse
dapprima negli Stati Uniti, all'Istituto di studi avanzati
di Princeton, dove ebbe la ventura di conoscere Albert
Einstein poco prima della morte (e il racconto di quella
visita che il giovane e tremebondo astrofisico fece
al "grande vecchio" della relatività
era uno dei gustosi aneddoti che Sciama amava rievocare,
imitando il marcato accento tedesco di Einstein). Poi
eccolo di nuovo in Inghilterra, al King's College di
Londra, e, dal 1970, con un incarico di insegnamento
all'All Souls College di Oxford. Inframmezzando lunghi
soggiorni negli Stati Uniti: Harvard, Cornell, l'Università
del Texas a Austin.
Accanto a lui c'era sempre la moglie
Lidia Dini, veneziana, antropologa sociale, conosciuta
nel 1959 durante un party a Gerusalemme quando Sciama
frequentò per alcuni mesi l'istituto Weizmann
e dalla quale ha avuto due figlie: Susan (pittrice)
e Sonia (psicologa).
La spola tra la casa di Oxford
e la casa di Venezia cominciò a includere periodiche
puntate a Trieste quando a Sciama venne offerta la direzione
della sezione di astrofisica della Sissa. Un incarico
mantenuto fino a un anno fa. Quando Dennis era alla
Sissa o al Centro di fisica teorica, lo si incontrava
facilmente in biblioteca o al bar, intento al rito pomeridiano
del tè e della lettura del Times, o mentre prendeva
il caffè discutendo con i suoi studenti e i colleghi
più giovani. L'ultima volta che venne alla Sissa
è stato a fine novembre. Soffriva di un malessere
misterioso, ma nessuno immaginava che un tumore maligno
fosse in agguato.
Gli allievi di Trieste hanno costituito
la terza generazione dei suoi studenti, dopo quelli
di Cambridge e di Oxford. Sciama è stato infatti
un grande maestro di scienza. A Cambridge fu supervisor
di Stephen Hawking, e fu anche merito suo se il giovane
Hawking seppe reagire alla crudele paralisi progressiva
che da tempo lo inchioda su una sedia a rotelle, obbligandolo
a parlare attraverso il sintetizzatore vocale d'un computer.
E tra i fisici da lui ispirati vi sono molti nomi illustri:
John Barrow, Brandon Carter, George Ellis, Roger Penrose,
Martin Rees. Un "albero genealogico" prestigioso
e affollatissimo, i cui membri si erano dati appuntamento
nel marzo del '92 proprio alla Sissa per celebrare i
65 anni di Sciama con una grande conferenza su "Il
rinascimento della relatività generale e della
cosmologia".
Il carisma scientifico e didattico
di Sciama si ritrova anche nei suoi libri divulgativi,
che evitano ogni concessione al sensazionalismo cosmologico:
L'unità dell'universo, La relatività generale,
Cosmologia moderna (tutti pubblicati anche in Italia)
e i recenti The Thermodynamics of Black Holes, scritto
con Derek Raine, e Modern Cosmology and the Dark Matter
Problem.
Due teorie soprattutto restano
legate al nome di Dennis Sciama. La prima è quella
del ruolo dei neutrini in cosmologia come potenziali
costituenti della materia oscura. Sciama ipotizzava
che i neutrini primordiali formatisi immediatamente
dopo il Big Bang decadessero in neutrini più
leggeri e in fotoni altamente energetici, responsabili
della formazione dell'idrogeno ionizzato osservato nell'alone
delle galassie. E sperava che la "firma" di
questi fotoni potesse venire identificata da un mini-satellite
spagnolo messo in orbita nel 1997. Ma così non
è stato. E Sciama si è visto quindi costretto
a ripensare alla sua ipotesi, esponendone una nuova
versione giusto un mese prima della morte.
L'altra grande teoria di Sciama
è quella dei multi-universi, una teoria metafisica
che cerca di risolvere con una fuga in avanti l'imbarazzo
del principio antropico. Spiegava Sciama, con quella
sua vibrante voce da attore che ne faceva uno splendido
oratore e conferenziere: "L'universo che conosciamo
è in sintonia con la nascita della vita, con
l'evoluzione dell'uomo e della sua intelligenza. Tutti
i parametri cosmologici, astronomici, fisici e chimici
ci appaiono finemente modulati in funzione della nostra
specie. Il caso? La mano di Dio? Io preferisco credere
che il nostro sia soltanto uno degli infiniti universi
esistenti, ciascuno con caratteristiche sue proprie
e inaccessibili tra loro. In questo universo si è
formato l'uomo. In altri universi, forse, esistono creature
diversissime da noi. Come altrimenti è possibile
pensare che regole fisiche e matematiche semplici e
fondamentali, pur non avendo nulla a che fare con la
mia esistenza, possano condurre alla mia persona?".
(da Jekyll, Giornale del Master
in Comunicazione della Scienza - Sissa - Trieste dicembre
1999)
Di Renzo Editore